Migrazioni, confini e diritti: il report conclusivo del CNI di Caritas Italiana

04/03/2026 – Roma

Pratiche di respingimento nel Sahel – “L’Europa nasce quando le minoranze sono protette”

Così scriveva Alexander Langer, europarlamentare italiano e tra i fondatori del movimento dei Verdi. Langer ha sempre orientato la sua azione politica alla costruzione di una convivenza pacifica tra popoli e culture diverse. Oggi, osservando il panorama internazionale e le trasformazioni delle politiche migratorie europee, le sue parole e le sue intuizioni appaiono particolarmente attuali.

Sempre Langer invitava a “trasformare i confini da linee di separazione a luoghi di incontro”. Se però analizziamo la traiettoria delle politiche migratorie dell’Unione Europea negli ultimi anni, emerge una direzione in larga parte opposta a questa visione.

Le politiche europee sembrano infatti orientate prevalentemente verso:

  1. il rafforzamento della difesa dei confini;
  2. l’esternalizzazione dei controlli migratori;
  3. l’adozione di logiche di deterrenza e respingimento.

Per comprendere meglio la ratio delle politiche migratorie europee è necessario abbandonare una rappresentazione che per molto tempo ha accompagnato il modo di percepire l’Unione Europea: quella della cosiddetta “Fortezza Europa”. L’immagine della fortezza richiama infatti l’idea di uno spazio impenetrabile, difficile da attraversare e allo stesso tempo sicuro.

Una fortezza, tuttavia, presuppone confini netti e chiaramente delimitati. Oggi, invece, i confini geografici dell’Europa non coincidono più con quelli dell’Unione Europea: i confini politici e operativi sono progressivamente arretrati e spostati verso sud ed est. Sono questi confini esternalizzati che, di fatto, regolano e condizionano l’accesso allo spazio europeo.

È quindi necessario compiere uno sforzo ulteriore e ripensare il concetto stesso di confine. Il confine non è soltanto un limite geografico: è il luogo nel quale uno Stato esercita la propria sovranità e, in molti casi, anche la propria capacità coercitiva.

In questo contesto stiamo assistendo, spesso in modo silenzioso e poco visibile, alla costruzione di meccanismi e dispositivi di controllo sempre più complessi, orientati alla deterrenza e alla gestione forzata dei movimenti migratori. Si configura progressivamente un sistema stratificato di compiti e ruoli ben definiti, distribuiti lungo le principali rotte migratorie.

È quindi utile abbandonare l’idea che alcuni paesi terzi — in particolare Algeria, Libia, Niger e Tunisia — svolgano semplicemente il ruolo di “guardiani” delle frontiere europee. In realtà essi rappresentano snodi fondamentali di una più ampia catena di respingimento, nella quale ogni paese assume una funzione specifica.

I ruoli dei paesi della catena di respingimento

Analizzando più nel dettaglio il ruolo dei paesi coinvolti nelle rotte migratorie del Nord Africa e del Sahel, emerge come ciascun contesto svolga una funzione diversa ma al tempo stesso complementare all’interno di questo sistema.

Algeria – Hub delle espulsioni

Negli ultimi anni l’Algeria ha intrapreso una politica fortemente orientata all’autodeterminazione e al rafforzamento della propria sovranità nazionale. Questo orientamento ha contribuito a consolidare, agli occhi dell’Unione Europea, l’immagine di un partner stabile nella gestione dei flussi migratori.

All’interno della catena delle pratiche di respingimento, l’Algeria può essere definita come un hub delle espulsioni. Diverse organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani hanno registrato negli ultimi anni un aumento significativo delle deportazioni collettive verso le aree desertiche di confine.

Libia – Nucleo opaco e violento

La Libia presenta una situazione profondamente diversa. Il paese è caratterizzato da una forte frammentazione politica e territoriale: ampie porzioni di territorio risultano controllate da milizie armate, gruppi tribali o reti legate ai traffici illegali.

In questo contesto la Libia rappresenta il nucleo più opaco e violento della catena di respingimento. In molte aree del paese si è consolidata una vera e propria economia del sequestro, basata su detenzioni arbitrarie, sfruttamento e violenze sistematiche nei confronti delle persone migranti. Questo meccanismo contribuisce a trasformare il paese in un ingranaggio di quello che alcuni osservatori definiscono uno “sterminio differito”.

Niger – Hub terminale e dello stallo permanente

Il Niger è oggi governato da una giunta militare. Negli ultimi anni il paese si è progressivamente allontanato dai partner occidentali, avvicinandosi invece ad altri regimi militari dell’area saheliana.

Nonostante ciò, il Niger continua a rappresentare uno snodo strategico delle rotte migratorie sahariane. All’interno della catena dei respingimenti può essere definito come un hub terminale e dello stallo permanente: molte persone migranti che arrivano nel paese rimangono bloccate in una sorta di limbo, sospese in un “non luogo”, spesso nel punto più lontano dal loro progetto migratorio verso l’Europa.

Tunisia – Filtro mobile

La Tunisia può essere interpretata come un filtro mobile, un dispositivo di selezione e canalizzazione dei movimenti migratori caratterizzato da due diverse forme di mobilità.

Mobilità spaziale: la selezione di chi può partire e di chi viene fermato non avviene soltanto nelle aree portuali. Negli ultimi anni sono state segnalate operazioni di polizia e rastrellamenti anche nei quartieri urbani di città come Sfax e Tunisi, oltre che nelle zone di confine e nei valichi montani.

Mobilità temporale: le operazioni di controllo non sono episodiche ma continue: retate, controlli e trasferimenti forzati avvengono con frequenza, spesso accompagnati da espulsioni verso altri paesi nordafricani o verso aree desertiche.

Queste pratiche contribuiscono a mantenere molte persone migranti in uno stato di mobilità forzata precario e permanente.

Nel suo insieme, questo sistema articolato e stratificato produce invisibilità e progressiva erosione dei diritti fondamentali. Più ci si sposta verso sud lungo la catena dei respingimenti, più si è lontani dallo spazio giuridico europeo e più diminuiscono le possibilità di tutela.

In questo scenario molte persone migranti rimangono intrappolate in una condizione di attesa indefinita, in cui il progetto migratorio si trasforma progressivamente in una sequenza di promesse continuamente rinviate.


05/03/2026 – Roma

Il nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo – “Una nuova corazzata Potëmkin”

Nel 2024 l’Unione Europea ha approvato il Patto Europeo su Migrazione e Asilo, un pacchetto di riforme legislative che ridefinisce in maniera significativa il sistema europeo di gestione delle migrazioni e delle domande di protezione internazionale.

L’obiettivo dichiarato delle istituzioni europee è quello di costruire un sistema più coordinato, rapido e prevedibile nella gestione dei flussi migratori. Tuttavia, numerosi osservatori e organizzazioni della società civile evidenziano come il nuovo impianto normativo rafforzi principalmente la dimensione securitaria e di controllo delle frontiere.

Il Patto si articola attorno ad alcuni pilastri principali:

1. Rafforzamento dei controlli alle frontiere

Tutti i cittadini di paesi terzi che arrivino nel territorio europeo sia attraversando illegalmente la frontiera interna (es: sbarco), o che vengano rintracciati sul territorio nazionale verranno sottoposti a una fase iniziale di screening che prevede: identificazione e registrazione dei dati personali; controlli sanitari; controlli di sicurezza; valutazione preliminare della vulnerabilità.

Gli stati membri hanno l’obbligo di garantire che le persone restino a disposizione delle autorità per tutta la durata dello screening. Durante questa fase le persone possono essere trattenute in strutture situate nelle zone di frontiera, creando di fatto uno spazio giuridico intermedio, detto anche non luogo, nel quale la presenza nel territorio europeo è formalmente limitata. Le tempistiche di screening sono 7 giorni (frontiere esterne), 3 giorni (nello Stato membro).

2. Procedure accelerate di asilo e rimpatrio

Il Patto introduce anche procedure accelerate di esame delle domande di asilo per alcune categorie di richiedenti, in particolare per coloro che provengono da paesi considerati con basse probabilità di riconoscimento della protezione internazionale.

In questi casi la procedura può svolgersi direttamente alla frontiera, con tempi molto ridotti. Qualora la domanda venga respinta, è prevista una procedura di rimpatrio altrettanto rapida, con l’obiettivo di ridurre i tempi di permanenza nel territorio europeo.

3. Rafforzamento della dimensione esterna

Il Patto rafforza inoltre la cosiddetta dimensione esterna delle politiche migratorie, ossia la cooperazione con i paesi di origine e di transito delle migrazioni. Questa strategia prevede: accordi bilaterali con paesi terzi; sostegno al controllo delle frontiere nei paesi di transito; cooperazione nei rimpatri.

In questo modo la gestione delle migrazioni tende progressivamente a spostarsi oltre i confini geografici dell’Unione, rafforzando i processi di esternalizzazione già in atto negli ultimi anni.

La Direttiva Accoglienza

Uno degli aspetti più evidenti della Direttiva Accoglienza emerge già dal suo stesso nome: si tratta infatti di una direttiva e non di un regolamento. A differenza del regolamento, che è direttamente applicabile e uniforme in tutti gli Stati membri, la direttiva definisce gli obiettivi da raggiungere, lasciando però ai singoli Stati la possibilità di attuarli attraverso strumenti normativi e interpretazioni proprie.

Ne consegue che la Direttiva Accoglienza può assumere forme di applicazione differenti a seconda dello Stato membro in cui una persona migrante si trova. Questa variabilità rappresenta senza dubbio un elemento critico, poiché può generare disparità nei sistemi di accoglienza tra i diversi paesi europei, con il rischio di favorire dinamiche di preferenza o di spostamento verso quei contesti ritenuti più garantisti.

All’interno del quadro normativo europeo, tuttavia, la Direttiva Accoglienza mantiene un ruolo centrale, poiché stabilisce gli standard minimi relativi alle condizioni di accoglienza delle persone richiedenti protezione internazionale negli Stati membri. La direttiva definisce inoltre una serie di diritti e garanzie fondamentali che gli Stati sono tenuti ad assicurare durante l’intero periodo di esame della domanda di asilo.

Tra gli aspetti principali troviamo:

1. Condizioni materiali di accoglienza

Gli Stati membri devono garantire condizioni di vita dignitose alle persone richiedenti asilo, assicurando: alloggio; accesso al cibo e ai beni essenziali; assistenza sanitaria di base. L’obiettivo è evitare situazioni di marginalità estrema durante la permanenza nel sistema di accoglienza.

2. Accesso al lavoro

La direttiva stabilisce che i richiedenti asilo debbano poter accedere al mercato del lavoro entro un determinato periodo di tempo dalla presentazione della domanda, nel caso in cui la procedura non sia ancora conclusa. Questo principio mira a favorire l’autonomia delle persone e a ridurre le situazioni di dipendenza prolungata dai sistemi di assistenza.

Tutela delle persone vulnerabili

Particolare attenzione viene posta alla tutela delle persone considerate vulnerabili, tra cui: minori non accompagnati; vittime di tratta; persone con disabilità; persone che hanno subito violenze o torture. Gli Stati membri sono tenuti a predisporre misure specifiche di protezione e supporto.

3. Limitazioni e trattenimento

La direttiva prevede tuttavia anche la possibilità, in determinate circostanze, di ricorrere al trattenimento amministrativo delle persone richiedenti asilo. Questa misura può essere applicata, ad esempio, per verificare l’identità o per garantire lo svolgimento delle procedure di frontiera.

Considerazioni finali

Nel loro insieme, il Patto europeo su Migrazione e Asilo e la Direttiva Accoglienza contribuiscono a ridefinire in maniera significativa l’architettura della governance migratoria europea.

Da un lato emerge il tentativo di costruire un sistema più coordinato tra gli Stati membri; dall’altro si rafforza una crescente centralità delle politiche di controllo delle frontiere, delle logiche di deterrenza e della gestione esternalizzata dei flussi migratori.

In questo scenario il rischio — che abbiamo già avuto modo di osservare anche nella nostra esperienza quotidiana — è quello di una progressiva tensione tra esigenze di sicurezza e tutela effettiva dei diritti fondamentali delle persone migranti. A ciò si aggiunge una crescente strumentalizzazione politica del tema della sicurezza, spesso associato in maniera diretta e semplificata al fenomeno migratorio. Questo clima rischia di alimentare dinamiche sociali pericolose, che possono trasformarsi in una vera e propria “caccia alle streghe”. Uno Stato democratico, tuttavia, non può né deve assumere il ruolo di inquisitore; allo stesso modo non dovrebbe favorire narrazioni o pratiche che spingano una parte della cittadinanza ad assumere questo atteggiamento nei confronti di altre persone.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda la crescente complessità delle strutture e delle procedure che si stanno costruendo. La creazione di dispositivi normativi e amministrativi sempre più articolati e rigidi comporta il rischio che il sistema finisca per appesantirsi fino a diventare inefficace o addirittura collassare su se stesso. A questo si aggiunge il tema dei costi: l’implementazione di tali meccanismi richiede infatti risorse economiche considerevoli, sostenute in larga parte dalla collettività.

Vi è poi una questione di fondo: si tenta di esercitare un controllo sempre più stringente su un fenomeno — quello migratorio — che per sua natura è complesso, dinamico e difficilmente riducibile a schemi rigidamente amministrativi. Se tali meccanismi dovessero rivelarsi incapaci di reggere alla prova dei fatti, il rischio concreto sarebbe quello di generare vuoti di tutela e di diritto, con conseguenze dirette sulle persone più vulnerabili.

Ed è proprio su questo punto che, come operatori e volontari impegnati quotidianamente nei percorsi di accoglienza e accompagnamento, ritengo non sia possibile arretrare.


GLOSSARIO:

Non luogo: teorizzati da Augè i non luoghi sono spazi in cui le persone non producono relazioni sociali, identità e memoria. In questi contesti le persone rimangono sospese in spazi privi di pieno riconoscimento giuridico e sociale, spesso senza possibilità di radicamento o di progettualità.

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