Comunità in divenire: un progetto per rafforzare la fiducia reciproca, la gestione costruttiva dei conflitti, la fraternità e la corresponsabilità con le comunità
Che relazione ci può essere tra una terra e l’animo umano? Quale significato ha un piccolo squarcio sull’Umanità dell’oggi in relazione alle migliaia di generazioni che si sono succedute a partire dalla comparsa dell’homo sapiens… Sono domande affiorate più o meno consapevolmente dimorando per una settimana a Lampedusa. Non era la prima volta che alcuni operatori della Caritas diocesana affrontavano la traversata (comodamente seduti in aereo e non su fragili barchette!). Una lingua di terra nel Mare Nostrum, una ventina di km quadrati, uno scoglio -così familiarmente chiamato dai seimila abitanti- salito alla ribalta delle cronache negli ultimi trent’anni da quando sono iniziati gli sbarchi, prima autonomi e poi ‘protetti’ dalle forze di polizia, delle tante persone in mobilità che affrontano rischi e disagevoli viaggi per approdare alla ‘vecchia Europa’ che, come una madre stanca di accudire figli, si ritira sempre più nella paura.
Per il secondo anno consecutivo la Caritas diocesana ha sostenuto un gruppo di 17 persone, la maggior parte giovani, che hanno accolto la proposta di un campo di conoscenza e vicinanza ad una realtà difficile come quella della migrazione di popoli dal Sud e dall’Est del mondo. È facile lasciarsi andare al pietismo quando si vedono sugli schermi naufragi e tragedie nei flutti che inghiottono bambini, donne, uomini alla ricerca di vite più dignitose. È più facile praticare il cosiddetto ‘turismo umanitario’ che capire le ragioni di chi parte, di chi accoglie, di chi non accoglie e di chi ha la responsabilità di governare un fenomeno epocale…
La settimana di permanenza sull’isola di Lampedusa si inserisce come una delle azioni all’interno del progetto COMUNITA’ IN DIVENIRE 2026 – approvato da Caritas Italiana e sostenuto con Fondi CEI 8×1000 – e che prevede la crescita di percorsi comunitari di inclusione e fraternità generatori di speranza, con particolare attenzione alle persone in situazioni di fragilità e al coinvolgimento dei giovani.
Nel settembre 2025 un gruppo di giovani delle parrocchie di san Paolo e di san Rocco Castagnaretta ha partecipato ad un campo di conoscenza e formazione sull’isola. La restituzione di alcuni di loro ha significato l’opportunità d’imparare a non cedere alla ‘globalizzazione dell’impotenza’. La povertà non è una colpa, come purtroppo oggi si tende a pensare, ma è il frutto di ingiustizie globali. Così si è espresso Papa Leone: ‘La globalizzazione dell’indifferenza, che Papa Francesco denunciò, sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell’impotenza. Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma rischiamo di stare fermi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare’.
Il coinvolgimento diretto dei giovani è determinante sia per rafforzare il senso di appartenenza sia per generare processi di partecipazione autentica e corresponsabilità tra generazioni. Questa linea di orientamento ha dato il via alla programmazione, con la parrocchia del Salice e con altri attori del territorio, per la settimana a Lampedusa. Due sono i convincimenti che registriamo ritornando nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre comunità parrocchiali.
Il primo. Adulti e giovani possono parlarsi e incrociare i loro vissuti e i loro pensieri a patto che si lascino interrogare dall’Umanità più ferita, da quell’Umanità vessata e umiliata da crisi ambientali, da povertà frutto di politiche predatorie del Nord, da guerre e violenze di ogni genere, da ingiustizie… radici malefiche di migrazioni di massa. A Lampedusa è successo un piccolo miracolo: abbiamo visto giovani diciottenni confrontarsi con ultrasessantenni: visioni anche distanti ma in dialogo, con rispetto, cercando di capire le ragioni dell’Altro. Non è scontato che il dialogo funzioni all’interno delle nostre comunità parrocchiali e dei nostri gruppi. Sono all’ordine del giorno accuse reciproche e rivalse.
Il secondo guadagno. Toccare la ‘carne della storia’, di questa nostra storia così complessa e problematica, toccare una terra che sarà certamente raccontata negli Annali; prendere contatto con uno degli snodi della storia contemporanea, la migrazione di popoli, ha a che fare con la nostra piccola storia personale. I riflessi delle onde del Mare Nostrum si specchiano sul cuore di giovani e adulti che affrontano quotidianamente il loro viaggio verso la liberazione dagli ingorghi del cuore. Il racconto di una ragazza che ha partecipato è illuminante al riguardo: ‘Non so perché fin dalla prima sera toccando questa terra è emersa in me come dal fondo del mare il momento doloroso della morte di mio padre’. E un’altra ancora: davanti al monumento che ricorda il tragico episodio del naufragio del 3 ottobre a Lampedusa, ha voluto intonare il canto che aveva cantato un anno prima alla morte del giovane fratello.
Noi siamo storia, siamo tempo, siamo divenire e il nostro procedere verso l’integrità di noi stessi e la fraternità delle nostre comunità civili e religiose, si può fare solo accettando di aiutarci nel tirarci su dai flutti sulle nostre fragili barche. Il mare è ‘Nostrum’, non di qualcuno soltanto.





